Partiamo distinguendo due tipologie principali di “smog”, ossia della definizione comune riservata all’inquinamento atmosferico delle aree urbane, così chiamato dall’unione fra le parole “smoke” (fumo) e “fog” (nebbia).

Troviamo quindi lo smog classico e lo smog fotochimico.

Il primo è causato dall’azione del biossido di zolfo e del particolato in condizioni di bassa insolazione, ovvero alle prime luci dell’alba.

Il secondo è invece dovuto all’azione di ossidi di azoto, biossido di carbonio (CO2), ossidi di zolfo (SOx), ozono (O3), particolato e altri composti organici volatili sotto l’azione della radiazione solare, cosa che rende le città più calde e assolate terreno fertile per intensi episodi di inquinamento fotochimico e incrostazioni più o meno sviluppate sugli edifici.

Il clima può inficiare anche “positivamente” sugli effetti dello smog: le superfici degli edifici sottoposte al dilavamento naturale della pioggia presentano in generale depositi di materiale inquinante relativamente sottili (0,5 / 3 mm) mentre nei sottosquadri, nei fregi, nei rosoni e, in generale, su tutte le superfici riparate dalla pioggia, le cosiddette “croste nere” possono raggiungere anche uno spessore di qualche centimetro! Il tutto danneggiando il materiale o addirittura diventando in alcuni casi, come ad esempio nelle facciate realizzate con conglomerati artificiali tipiche dello Stile Liberty, un tutt’uno col manufatto.

La natura di tali croste dipende molto dall’ambiente circostante, permettendoci di classificare le particelle inquinanti in base alla loro origine, nello specifico:

  • Industriali (ceneri volanti, residui di combustione, catrame, carbone, leganti minerali)
  • Urbane (gas di scarico, residui di smaltimento rifiuti o di preparazione alimenti)
  • Rurali (gas animali, residui di stoccaggio liquami)
  • Marine (deposizione di cloruri, di altri sali o di composti sulfurei; unico caso di inquinamento naturale tra quelli qui citati)

Tutte queste impurità, differenti per forma, natura e grado di aggressività, vanno affrontate caso per caso. Possiamo però distinguere alcuni consigli d’intervento in base al materiale di costruzione degli edifici.

Per ciò che concerne le pietre naturali bisogna assolutamente evitare i prodotti acidi prediligendo le poche soluzioni utilizzabili in totale sicurezza, come alcuni tensioattivi (in genere saponi neutri liquidi di uso industriale) da aggiungere in quantità esigue all’acqua utilizzata durante l’idrolavaggio spray.

Se invece trattiamo con i conglomerati artificiali (calcestruzzo prefabbricato e opportunamente modellato), allora è consigliabile affidarsi all’azione emolliente di acidi tamponati progettati ad hoc: quando l’incrostazione sarà stata indebolita chimicamente allora sarà possibile distaccarla completamente con un intervento di tipo meccanico.

Il metodo migliore, per efficienza unita a scarsa invasività, è però il sistema di pulizia meccanica controllata a base di polveri abrasive: una tecnica complessa che impiega apparecchiature ad aria compressa piuttosto sofisticate e abrasivi particolari, di dimensioni inferiori ai 40 micron e con granuli dalla forma quanto più possibile sferica.

Pur comportando tempi di esecuzione non propriamente rapidi (le particelle sono disperse in ridottissime quantità d’acqua, nell’ordine dei 50/60 litri/ora), questo sistema consente di intervenire anche su superfici degradate senza rischi concreti di danneggiamento: ciò accade perché gli abrasivi agiscono, per mezzo di appositi ugelli, con moto circolare e incidenza diagonale (sistema elicoidale), consentendo pulizie meno impattanti per strofinio.

Questo metodo può essere inoltre utilizzato con acqua deionizzata, assicurandosi così una maggiore azione solvente, o anche escludendo in toto l’utilizzo di acqua, sebbene in questo caso siano necessarie operazioni preliminari di pre-consolidamento e di disinfezione biologica (operazione quest’ultima che andrà comunque conclusa con un abbondante lavaggio volto a eliminare ogni residuo di prodotto), per poi procedere alla pulitura vera e propria con un sistema aereo-veicolato a pressione variabile.

Completate le operazioni di pulizia, sarà infine necessario proteggere le superfici o utilizzando prodotti vernicianti, trasparenti e impregnanti, o per mezzo di pitture pellicolari, precedute o meno dall’applicazione di prodotti consolidanti reattivi.

I prodotti vernicianti dovranno in ogni caso essere traspiranti: in tali casi è consigliato prediligere i composti dalla natura silossanica, dotati dell’ormai noto “effetto loto” (ossia idrorepellenti e autopulenti).

Un’ultima soluzione da citare è la tinteggiatura con pitture foto-catalitiche.

Sfruttando infatti l’azione della luce, con la fotocatalisi è possibile indurre la formazione di reagenti capaci di decomporre per ossidazione alcune sostanze organiche e inorganiche presenti nell’aria, trasformandole in sostanze inerti che non mettono a rischio né l’aspetto delle costruzioni né la salute di chi queste costruzioni le vive e le abita.

Per le loro caratteristiche di idrorepellenza, traspirabilità e incorruttibilità sotto l’azione disgregante e corrosiva degli acidi, queste vernici sono ideali sia per il ripristino delle facciate già esistenti, sia per gli edifici di nuova costruzione.

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